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"[...] un angolo dal quale dedicare un pò di attenzione a quello che ci succede intorno. Un piccolo spazio dove appuntare le considerazioni che, mentre si sfoglia un giornale, si legge una scritta su un muro, o semplicemente si cammina per strada, inevitabilmente saltano alla mente [...]"

AM


 

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Aprile 2010
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24 aprile 2010

Dal ventennio al trentennio, il passo è breve...

Si vocifera in questi giorni che, non avendo digerito lo strappo di Fini e non volendo correre alcun rischio, i leader di Pdl e Lega inizino ad essere allettati dallo sciglimento delle Camere: una strada che consentirebbe, in caso di rielezione, di riprendere a governare senza alcun disturbatore tra le proprie fila.
Temiamo purtroppo che una simile possibilità rappresenti al momento molto più di una ipotesi, e non solo perchè tanto Bossi quanto Berlusconi hanno interesse a liberarsi di tutti gli intoppi fuori programma che  potrebbero incontrare d'ora in avanti (in aggiunta a quelli che già la discutibilità delle loro ambizioni rende inevitabili).
In particolare, soprattutto il leader del Pdl potrebbe voler sfruttare una simile possibilità, e per differenti ragioni
.
Ammesso infatti che la legislatura riesca a termine regolarmente il proprio mandato, sono comunque "solo" tre gli anni che consentiranno a Berlusconi di sfuggire ai processi in ballo.
Successivamente, nessuno sa quale piega potrebbero assumere gli eventi, non essendoci al momento nessuna garanzia nè sulla riforma della giustizia invocata dal premier, nè su una rielezione dello stesso a capo del governo - o tantomeno, con l'aria che tira, a presidente della Repubblica.
Ecco perchè l'ipotesi di un Berlusconi V diventa allora allettante: estendere da tre a cinque altri anni l'immunità (o per lo meno le agevolazioni) che gli incarichi istituzionali concedono, significherebbe trarre il massimo vantaggio dall'attuale emergenza.
Una eventualità ovviamente allarmante per l'intero Paese, quella prospettata, davanti alla quale non resta forse che auspicarsi una sola soluzione, se realmente si vuole evitare che il ventennio berlusconiano si trasformi in un temibile trentennio: la realizzazione di un nuovo Cnl, di una coalizione quanto più ampia possibile che si opponga al duopolio Lega-Pdl e che permetta di dare vita a un governo tecnico, fermo nel perseguire quanto meno il superamento dell'emergenza attuale e la risoluzione dei problemi più urgenti. Per poi magari sciogliersi dopo aver raggiungiunto gli obiettivi prefissati, lasciando spazio alla ripresa di una dialettica politica ripulita da quanto avvenuto in questi ultimi anni.

Un'ipotesi disperata quanto poetica ed affascinante, per mettere realmente alla prova la tempra di un Paese ormai del tutto sgangherato. Un'ipotesi però forse anche troppo ambiziosa, per un elettorato pesantemente corrotto e turbato da uno scenario politico oramai insostenibile.

AM

5 aprile 2010

Regionali, una settimana dopo. Sottotitolo: a cosa serve l'Udc?

Andando a riguardare i risultati delle scorse regional, risulta evidente - dopo una settimana di analisi - la necessità di porsi una domanda: ma l'Udc... serve ancora  qualcosa? Il ruolo da "ago della biancia" rivendicato furbescamente da Casini & co., è veramente tale, oppure si tratta di una presunzione senza fondamento? Proviamo a sbrogliare questo dilemma con i dati alla mano.

In Piemonte, il sostegno alla Bresso non ha consentito alla coalizione progressista di evitare la vittoria della Lega: e già questo esito costituisce un netto ridimensionamento per le ambizioni dei centristi, risultati non determinanti in una delle regioni chiave di questa contesa elettorale.
In Lombardia e Veneto, pur correndo da soli, gli uomini di Casini non hanno minimamente impensierito i vincitori, nè avrebbero contribuito alla vittoria delle rispettive sinistre se avessero aderito a tali coalizioni.
Vale lo stesso discorso, anche se ribaltato, in Emilia, Toscana, Umbria e Marche, dove il centro-sinistra ha vinto con delle magioranze per nulla impensierite da eventuali partnership tra esponenti di centro da una parte, e Lega e Pdl dall'altra; mentre in Basilicata l'Udc è effttivamente scesa in campo con il centro-sinistra, vittorioso però con talmente tanti voti di distacco rispetto agli inseguitori che avrebbe potuto fare tranquillamente a meno dell'appoggio dell'Unione di Centro.
In Calabria, poi, i sostenitori del futuro "grande centro" avrebbero potuto effettivamente giocare un ruolo chiave, se e solo se Pd e Idv avesero però corso insieme; tuttavia così non è stato, ed anche in questo caso il contributo apportato non è stato essenziale per la vittoria dell'ex sindaco di Reggio.

Restano ancora quattro regioni: prima di tutto il Lazio, dove la Polverini ha vinto sì grazie anche al 6% dei centristi; resta però il dubbio se la presenza della lista del Pdl anche nella provincia di Roma (esclusa invece per irregolarità nella presentazione delle liste) avrebbe potuto inficiare o meno tale responso.
Solo in Liguria, Puglia e Campania, pertanto, l'apporto degli uomini di Casini - ripettivamente, al centro-sinistra ligure ed al centro-destra campano - sembra essere risultato essenziale per la vittoria dei nuovi governatori; proprio come un fattore importante è stato l'assenza di un asse Pdl-Udc in Puglia, partnership che avrebbe potuto significare uno scrutinio al fotofinish con Nichi Vendola.

Il peso dei voti dell'Udc ha dunque avuto un suo rilievo soltanto in quattro regioni (se non addiritura in tre) su 13.
Se questo trend può ancora far sì che venga attribuito a Casini un ruolo determinante nel panorama politico nazionale o meno, è ovviamente un verdetto che rimandiamo a politologi ed analisti di professione. Tuttavia, ad un primo sguardo, le aspirazioni della stessa Udc a rappresentare il terzo polo della nuova politica italiana sembrerebbero in realtà poggiare su risutati che, in questo momento, paiono dire invece tutto il contrario.

AM

2 aprile 2010

Gli esami non finiscono mai

Dovevano essere la grande sfida dell'e-learning italiano, la rete di atenei che avrebbe permesso anche al nostro paese di entrare a testa alta nel mondo delle università on line, e dell'insegnamento a distanza. Invece, a sette anni dalla loro nascita, istituita con il decreto ministeriale del 17 aprile 2003 firmato dal ministro dell'Istruzione Letizia Moratti e dal ministro dell'Innovazione Tecnologica Lucio Stanca, gli atenei telematici italiani sono diventati a tutti gli effetti un "sistema parallelo" per ottenere a pagamento una laurea in tempi da record, accorciando corsi di studio e collezionando crediti formativi.
[fonte: Esami facili, prof fantasma com'è facile la laurea online, 2 aprile 2010, Repubblica.it]

Ma com'è che in Italia siamo così bravi a storpiare ciò che in altri Paesi funziona alla perfezione?
Per conoscere meglio il perverso meccanismo di un sistema che finisce con l'intaccare anche l'università pubblica, si rimanda al link http://www.repubblica.it/scuola/2010/04/02/news/universit_telematica-3078781/.

AM

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